sabato 9 ottobre 2010

La ragazza morta, la mamma, lo zio, noialtri...

La donna è scavata nel volto, segnata da chissà cosa. E' immobile e muta e guarda nel vuoto del teleobiettivo. Ha, per noi, i modi della maschera, indossa quasi gli stessi vestiti da quando è successo: una figlia scomparsa nel nulla. I media (così li chiamano, perché pare DEBBANO fare da tramite tra noi e la vita) la seguono, seguono le tracce della giovane ragazza, scoprono particolari, lanciano sospetti con e prima degli inquirenti; inseguono avvocati, intervistano parenti e di nuovo puntano il video-fucile sulla mamma, sulla sua maschera che conosciamo.
La donna è di pietra (o di sale) e guarda, sperduta, dritto negli occhi di chi guarda. La conduttrice si perde, quasi, nell'eccitazione del momento: arrivano le telefonate, forse la ragazza è stata vista, no non era lei, forse da un'altra parte, io tre giorni fa, credo, smentisco, rilancio. La conduttrice finge di consolare la madre di sale, che non risponde. La conduttrice sta forse per mollare la presa, la madre di sale fa poco spettacolo. Poi accade qualcosa. La madre guarda l'obiettivo, la conduttrice sgrana gli occhi fuori campo, verso gli assistenti di redazione. L'eccitazione le torna potente sul volto: che forse una notizia, non confermata, forse qualcuno, ma non possiamo dirlo, forse la ragazza, ma non vorremmo dirlo, forse la notizia che temevamo, pare proprio ma non è sicuro, allora meglio non dirlo, ancora, ma alla madre di sale sì, per lo meno accennarlo, che a quanto pare hanno trovato, ma no non lo dico, perché non è detto, aspetti un momento, forse è smentito, ancora niente, chiamaiamo avvocati, inquirenti, agenzie, che sia il presidente, un ministro, il papa in diretta che ci dica che no, che questa notizia, signora, non dobbiamo dargliela noi, se vuole ci fermiamo, ma pare proprio che il corpo della ragazza... ma non vorrei dire troppo.
La madre resta di sale, così com'era partita. La conduttrice non riesce a reggere l'eccitazione, le si legge in faccia la felicità di aver avuto la fortuna più grande: la possibilità A) di avere per prima la notizia, in diretta, che la ragazza che da giorni si cerca e sulla quale giornali e tv hanno creato il giusto hype, è stata trovata [finalmente?] morta ammazzata; B) di poter dire (e lo dice!) in diretta alla mamma della ragazza che lo zio ha testè confessato stupro e omicidio; C) di avere in sottofondo il pianto disperato e di vergogna della cugina, figlia dello stupratore; D) di avere una madre di sale, privata con violenza della figlia, inespressiva e inerme, come una maschera antica, cui lei stessa può applicare i sentimenti più disparati (ora rabbia, ora disperazione, ancora sdegno, calma, principio di pianto, panico e altro... Tutto si adatta a quel volto in un farsesco effetto Kulesov [*]).
E così seguitiamo a navigare, barche portate dall'agenda setting [**], dai titoli grandi dei giornali, dal volto del mostro e quello della vittima, dalle fototessera che quasi non vorremmo farci più perché non debbano un giorno comparire in prima pagina o come immagine di sfondo di una codarda intervista a un passante che dichiara scandalosa la nostra scomparsa per poi tornare alla sua vita, rispospinto di continuo verso un'esistenza tanto grigia che lo stupro e l'assassinio più brutali ne sono diventati lo zucchero e il colore.

[*] - E' detto "effetto Kulesov" l'effetto dato da un montaggio di immagini neutre alternate che prendono senso unicamente dal loro accostamento. L'esperimento di Kulesov: "Lo stesso identico primo piano di un attore veniva mostrato al pubblico dopo tre inquadrature diverse: un piatto di minestra, un cadavere, una pistola (secondo quanto si racconta. Interrogato poi il pubblico manifestò di aver percepito sfumature opposte nell'interpretazione dell'attore: fame, dolore, paura...)"

[**] - "agenda setting" è la teoria delle comunicazioni che individua la capacità dei media di gestire la "salienza" delle notizie e, sostanzialmente, di decidere di cosa occorre parlare. In parole povere i media non ci dicopno tanto che opinione avere ma "su cosa" dobbiamo farci un'opinione.

domenica 29 novembre 2009

Diario dello schermo a neve: cap. 2

Passate due settimane. Lo schermo tace. Oggi mi sento avvolto dell'ipocrita patina di chi ha rifiutato con scarsa convinzione e quel quadrato grigio e silenzioso mi fa sentire un po' solo. Penso ancora che siano solo strascichi dell'abitudine. Poi penso che forse sto rifiutando di vedere qualcosa che è comunque intorno e addosso e dentro tutti noi, inevitabilmente. La TV mi ha impigrito, per anni. Oggi quella pigrizia è dura a morire, rimane come una striscia di sangue del cadavere di telespettatore che continuo a trascinarmi. Devo lasciarlo. Seppellirlo. Commemorarlo con discrezione. Sento dal televisore del vicino tutti quei gingle che mi ossessionavano: i tg, gli stacchi pubblicitari, gli spot. Poi sento il vicino discutere, litigare, poi ridere, rabbonirsi, lo seguo come seguivo i programmi guardoni. Sento e non vedo e penso a Monsieur Hulot, lo straordinario signore di Jaques Tati. Ho per le mani una copia nuova nuova del suo Playtime. Inserisco il dvd e lo schermo si anima di immagini chiare, a tratti didascaliche - è vero: sono visioni lente, silenziose, pazienti. E che richiedono pazienza. E si arriva alla scena che ricordavo: due appartamenti contigui con la quarta parete a vetri che dà sulla strada (http://www.youtube.com/watch?v=Y2x8gvSVEAM). Si vedono le vite dei due appartamenti, vite distinte, differenti. Solo l'arredamento è il medesimo, esattamente speculare. Il televisore è a muro (anticipo dei nostri modernissimi plasma), incassato nella parete divisoria tra i due appartamenti che si trovano dunque a "guardarsi" virtualmente una volta acceso l'apparecchio. Ognuno guarda il suo televisore ma gli sguardi sembrano quasi incontrarsi. A dividere gli uomini dagli uomini solo un muro e uno schermo e da fuori (quel fuori che guarda, può guardare quando vuole il "dentro" che non è più privato) i due appratamenti sembrano parlarsi. Un silenzio avvolge, però, questa comunicazione: il silenzio che oggi sento dentro e fuori mentre (come in un'opera di Segal) osservo lo schermo grigio, muto, e sto seduto come un calco di gesso davanti a chi fino a due settimane fa ha rischiato di vivere la mia vita per me. Come in Playtime così nelle istallazioni di Segal: nell'inanimato l'unica anima che possiamo agguantare.

domenica 22 novembre 2009

Susan Boyle e il sogno occidentale...

Da queste parti il sogno è arrivare, correre per lunghe praterie (quelle del Sogno Americano, che è il sogno occidentale, quello di tutti noi), correre e conquistare la terra, la casa, la propria vita. Così ci costruisce la TV di volta in volta, di decennio in decennio. E ora il TalentShow è la vera Chiesa, la comunità cui appartenere, il "luogo" dove andare a chiedere grazie, favori e miracoli. Il miracolo a tutti gli effetti è certo la cifra del nostro tempo. Così (per quanto con imperdonabile ritardo mediatico) mi viene di parlare di Susan Boyle (il fenomento canoro del TalentShow britannico) in occasione della prossima uscita del suo primo disco. Susan Boyle la brutta, la "racchia", tarchiata e contadina, sciatta, spettinata, con ogni parte del corpo mal distribuita. E ripesco il video che ha fatto il giro del mondo: la prima apparizione di Susan. Due begli esemplari di maschio umano e un bell'esemplare di donna dietro la cattedra. La racchia entra, il pubblico rumoreggia (quel pubblico televisivo maleducato, arrogante, presuntuoso, cinico e scioccamente convinto di avere voce in capitolo solo perché gli viene data la possibilità di urlare, come nelle arene romane), chiede già la testa della concorrente. Tra lo scetticismo generale e ostentati sguardi di scherno (che alla luce dei fatti risultano più finti di tutto il resto) la grassa foca inizia a cantare come un piccolo usignolo: è il trionfo, la consacrazione mediatica dello storpio che ce la fa.

Parliamone...

Chi ce l'ha fatta? Perché ce l'ha fatta? Il video chiarisce immagine dopo immagine, con una regia cinematografica - troppo precisa per non lasciar presagire un metodo raffinato, prove a tavolino, ecc. - il video chiarisce che Susan ce la fa perché è un mostro, non un mostro di bravura, è brutta da far schifo, sgraziata e presumibilmente (con la presunzione del pubblico televisivo) anche un po' ritardata. E' lo scemo del villaggio, di cui non possiamo fare a meno. Solo che allo scemo del villaggio noi diamo lo scettro per un po' di tempo, ci piace così. Tanto oggi tutto è per poco, fugace, volatile, possiamo permettercelo.

Ma su internet spopolano video e foto di Susan, del suo "caso". Le foto sono una gara a chi l'ha immortalata più brutta: mentre sale in macchina per fare la spesa, mentre esce di casa di primo mattino, in accappatoio, struccata, sfatta. Quanto più sarà orrenda, disgustosa, tanto più sarà commovente la sua performance.

Già... "commovente". Torno al video e individuo la vera protagonista: la bella bionda, i suoi morbidi capelli, gli occhi grandi, il trucco prefetto, la bocca che chiama a pensieri inconfessabili, il sorriso che è un guizzo di impertinente desiderio. Nel video c'è lei di continuo. E' per lei che si sta facendo questo, per vedere la sua benevolenza, la sua commozione, la mano tesa di una dea che anziché lanciare il fulmine raccoglie lo sterco e lo trasforma in un animale che innamora con la sua voce. Una magia. E' lei che piange, si alza, batte le mani, confessa la sua emozione. E noi la vediamo. Abbiamo riso dell'orrenda Susan. Ora siamo miracolati dal miracolo della sua voce...e inondati dalla benevola bellezza della bionda, che ci assolve...

Domani vedremo cento volte quel video, vibrando lo stomaco per quelle note e sentendo la grazia di quella bocca gonfia di (nostri) desideri inespressi.

Vedremo cento volte il video per sognare il successo di Susan, domani e ancora domani, per una settimana, un mese... Ma il nostro obiettivo a lungo termine sarà sempre una cena piccante con la bionda...

Il sogno occidentale non è migliorare la propria esistenza ma circondarla di cose che attirino lo sguardo benevolo altrui con più forza di quanto non succeda con gli sguardi malevolei e di scherno... che, stringi stringi, seguitiamo inesorabilmente a meritarci...



lunedì 16 novembre 2009

Diario dello schermo a neve: cap. 1

Neve. Parola che evoca momenti di gioco, di vacanza. Parola legata (per me e gran parte della mia generazione) alle grandi attese invernali davanti alla finestra, dopo il miracolo dell'85 che imbiancò roma come fosse un paese montano. Neve, adesso, è la tormenta di puntini impazziti che appariranno sul mio televisore. Non ho comprato il digitale terrestre. Non lo comprerò. Non comprerò nemmeno un televisore col digitale incorporato. Così, tra poche ore, il mio schermo sarà di quel grigio impazzito che in gero tecnico si chiama schermo a neve. Ovvero il Nulla della TV, la Morte del palinsesto. Come cambierà la mia vita? Non nego di essere stato a lungo dipendente dalle immagini su piccolo schermo. Sono pur sempre cresciuto negli anni '80. Quando mi svegliavo la mattina vedevo l'antenna levarsi tra le nuvole sulla RAI, o la guida tv a ciclo continuo su Mediaset (allora Fininvest). Ho visto nascere ItaliaUno e ReteQuattro. Vedevo GBR e Quintarete, dove davano i cartoni giapponesi. Ho visto Mary Tyler Moore, i Jefferson, Arnold, Hazard, LoveBoat, Fantasilandia, Stursky & Hutch, Laverne & Shirley, Simon & Simon, Sanford & Son, Giorno per giorno, Ralph Supermaxieroe e almeno cento altri telefilm; ho visto l'Ape Maya, Ciobin, Goldrake, Jeeg, Calendaman, Carletto Principe dei Mostri, Ryu, Ken, Spank, Charlotte, Devilman, L'Uomo Tigre; ho visto Agenzia Matrimoniale, il Gioco delle Coppie, Superclassifica Show (con Maurizio Seymandi e il Dj con la testa a palla da discoteca), Il Pranzo è Servito, Rebus, Lo Zecchino d'Oro, Bim Bum Bam. Ho visto nascere e crescere Bonolis. Ho visto Alberto Castagna condurre il TG, l'ho visto ammalarsi, l'ho visto morire. Ho visto Marrazzo condurre MiMandaRaiTre, l'ho visto sputtanarsi coi puttani. Ho visto Ezio Greggio fare il Criticatr...criticatr...criticatrutto a Drive In. Ho visto nascere Striscia la notizia, la prima puntata con Ezio Greggio e Gianfranco D'Angelo. Ho visto Greggio diventare potente e D'Angelo sparire... senza mai capire quale fosse la differenza tra i due che potesse permettere così dispari destini. Ho visto nascere Blob, la Dandini, il Costanzo Show. Ho visto la prima puntata di Amci con Lella Costa.

Ho passato anni davanti a questo schermo. 33 anni, per l'esattezza. Ora la TV morirà, per me. E non risorgerà fra 3 giorni. La Passione della televisione è stata lunga e lenta, per gradi, per piccoli inesorabili aggiustamente. La televisione muore. Sarà neve, per me, tra poco. E' stata racconto, romanzo, intrattenimento. E' diventata lo scorcio più falso sulla parte più bieca di una nazione allo sbando. Non regge più il confronto con se stessa, è al di là della parodia e nessuno più può riacciuffarla. E' in caduta libera verso il fango del cattivo gusto, della stasi, della chiacchiera in fila alla posta. E' il nido del porno e del moralismo, il trionfo della schizofrenia di una nazione che censura i film in primetime ma incentra tutti i suoi prodotti sulla tresca, sul sesso, sull'esposizione dei corpi (venduti, regalati, toccati, commentati, irrisi e venerati come feticci).

Ho visto le Twin Towers collassare in diretta. E non erano più credibili.

Domani più niente.
Domani neve, sullo schermo. Tempesta, tormente.
Un sibilo in sottofondo.
E più tempo per pensare...
...a meno che non sia ormai troppo tardi...

venerdì 30 ottobre 2009

Buon Natale...

Vivo in un paese alle porte di Roma e nel supermarket dietro casa gli addobbi natalizi sono comparsi non più tardi del 10 ottobre. Avevo ancora in macchina il telo da mare e nelle orecchie il rombo sommesso delle feste in spiaggia. Ma gli scaffali mi parlavano d'altro: sfere di vetro, frammenti d'abete plastificato, calze ricamate con l'effige di Santa Claus e della Befana, candele, alberelli, addobbi vari. Ma soprattutto carta da regalo di ogni tipo, buste per impacchettare con gusto, fiocchi, nastri, schotch e tutto il necessario per una confezione incomparabile. Così dalla frenesia vacanziera appena passata (che parte a marzo/aprile con la scelta del luogo, la prenotazione dell'aereo, l'attesa/pretesa del divertimento, del sesso, del relax) sono approdato, senza soluzione di continuità, nella paranoia regali: cosa regalare, a chi e, soprattutto, fare in modo di non essere solo per Natale. E per Capodanno! Mio Dio! Che farò a capodanno? Dove andrò? Con chi? So che mi devo divertire e devo prepararmi a farlo al meglio, il supermarket me l'ha detto. Oggi anche al grande Centro Commerciale (7000 posti auto, 220 negozi) tutto era natalizio e la gente già si fermava alle vetrine valutando, anticipando i tempi, mordendosi già nervosamente il labbro: giocare d'anticipo, portare avanti il lavoro... già il "lavoro".
Vivo in un paese alle porte di Roma, dove la caccia è un hobbie comune, così di tanto in tanto si sente sparare. Anche oggi. Credevo fossero i soliti assassini per diporto... invece no: sono i primi "botti" di capodanno, testati da impavidi ragazzini che sfidano le mamme premurose. E' già capodanno, tutto si anticipa, tutto si organizza, tutto s'impone e viviamo perennemente fuori tempo, guidati dagli scaffali a fare - quando vogliono loro - cose che altrimenti saremmo stanchi da tempo di fare.

"Manca un'ora all'anno nuovo. Le voci della televisione, gli scoppi dei petardi, le grida dei vicini. Si uccide l'anno vecchio. Ma io non credo che un anno possa essere ucciso. [...] Non andrò in nessuna festa. Mi è impossibile divertirmi. Sono offeso da come va il mondo - dalla volgarità delle masse. In Italia: Canzonissima, Sanremo, campionato di calcio, la macchina nuova, nient'altro"
(1968 Ennio Flaiano, Diario degli errori, appunto n. 305)

martedì 27 ottobre 2009

Che storia...

Che storia, però! Se solo potesse venire in mente a qualcuno...
In un mondo dominato dal caos, tra strade in dissesto, guerre intestine, piccole stragi e saltuari stupri notturni, si scopre che tutti i più importanti personaggi della politica sono schiavi di pruriti sessuali estremamente articolati e al limite della legalità. Ma tutti lo sanno di tutti. Inizialmente, tra i politici stessi, riguardo alla cosa, si crea complicità: si scambiano pareri, commentano le performance della sera prima, fanno a scambio di numeri telefonici e si pavoneggiano mostrando foto dai telefonini, i più azzardati anche video, molto sgranati e ripresi rigorosamente dal collo in giù. Nel parlamento si respira un clima da caserma, con le distinzioni solite: anche il letto ha i suoi ideali! Così la Destra porta avanti la sua mozione: ragazzine molto cresciute, modelle minorenni (rigorosamente accompagnate dai genitori, ci mancherebbe!) che vengono selezionate e pagate profumatamente per intrattenere i deputati in serate ricche di sorprese e per qualcuno, ahimè, ormai troppo faticose (in aula si ride dell'Onorevole Tale che sistematicamente si addormenta sul divano). La Destra è contenta: ravviva le serate, rasserena i deputati e abbatte in sol colpo anche la disoccupazione giovanile, aiutando ragazze che vengono presto introdotte nel mondo del lavoro e genitori che ricevono facilitazioni per le loro attività. Per contro la Sinistra promuove un modello più libero che abbatta le distinzioni sessuali, che sia capace di allargare l'orizzonte del piacere scavalcando vecchi tabù e antipatici pregiudizi. "L'amore è amore sempre!" grida l'Onorevole XXX, stappando un bottiglia del miglior vino, circondato da colleghi e d auna decina di travestiti di diverse nazionalità. "Questa è gente che lavora!", sottolinea. E sorridono tutti per l'ottimo lavoro fatto per l'integrazione degli immigrati.
Ma qualcosa, d'improvviso, si rompe. Delle Guardie fanno irruzione nei due bordelli, fotografano la situazione e filmano i festini: è lo schianto. Ma non uno schianto della legalità. Le Guardie, infatti, ricattano i politici, vendono a caro prezzo le foto ai quotidiani e ai rotocalchi. Ne nasce un caso nazionale. L'Arma è contenta: non solo ha smascherato un caso d'illegalità reiterata, ma ha permesso ai suoi arruolati di arrotondare gli stipendi ed evitare di lamentarsi dei mancati aumenti e delle attrezzature ancora povere e insufficienti.
La Destra grida allo scandalo, all'attacco personale e, contemporaneamente, difende quello che può essere letto comunque come segno di "normalità" e, in ogni caso, di profonda simpatia (che ammirazione per questi uomini fascinosi circondati da bellissime ragazze!). La Sinistra grida al ricatto, piange la tragedia dell'uomo, la sua umiliazione, fa ammenda e si appella alla benevolenza degli Italiani.
E gli Italiani? Circondati da illegalità da ogni parte non sanno più dove guardare. Si sentono inattivi sessualmente e abbandonati politicamente. Pensano che forse è il caso di stuprare qualcuno, di fare dei filmati col telefonino, di pagare qualche compagna di classe per "fare come fanno tutti". Ma lo Stato punisce gravemente atteggiamenti di questo tipo e la stampa li condanna. L'Italiano è così spinto al delitto dal Modello e dal Modello punito per averlo commesso.
Dunque che fare?
Sarebbe la fine della pazienza per questo popolo democratico e stanco di subire soprusi e umiliazioni... Se non fosse che un video galeotto ha ripreso la moglie di un calciatore mentre sveniva per strada. Un malore? Stanchezza, stress? La coppia non va più? Oppure la bella moglie del ricco calciatore è incinta? Parliamone... mentre vedendo e rivedendo il video su intenret speriamo sempre che un seno, improvvisamente, esca dalla maglietta e mostri la sua desiderabile rotondità...

Peccato che nessuno inventi una storia di questo tipo...

lunedì 19 ottobre 2009

Mongolfiera salva, immaginario alla deriva...

Quel pallone metallizzato, sgonfio e in difficoltà, preda dei venti nei cieli del Colorado, pesca direttamente nell'immaginario comune che spazia da E.T. ai film sui tornado. L'uomo sospeso, preda della natura, la tragedia incombente che può essere sventata ma c'è poco tempo, tutto va fatto in pochi fotogrammi... E poi? Poi ancora più tragico e avvincente se quel pallone nasconde un bimbo innocente, finito lì per gioco e ora di fronte alla prospettiva di una morte immatura.



E' successo dove doveva succedere: in America. Gli USA hanno ciò che meritano. Il pallone sgonfio, la mongolfiera alla deriva che ha tenuto i telespettatori col fiato sospeso, per la quale si è interrotto il discorso del presidentepremionobel era ridicolmente vuoto. Il bimbo a casa, nascosto in garage. I genitori sollevati. Ma candidamente il bimbo ha affermato: "Era per lo show". Mamma e papà sono attori, organizzano reality e potrebbero aver messo su la scena per promuovere un nuovo programma.

Il quarto d'ora di successo di Andy Warhol si fa violento, si fa imposizione, la fiction stupra il documentario, ne prende il linguaggio, confonde le acque. Il reality sta progressivamente impoverendo la realtà (rendendola sempre meno credibile) e dichiarando inutile ogni voluta finzione. Occorre essere veri per essere ascoltati, veri e possibilmente falsi. Ma mai dichiarare di fingere. O si finirà nell'oblio.

Per noi che da bimbi abbiamo vissuto il primo caso italiano di morte in diretta, la tragica fine di Alfredino Rampi caduto nel pozzo, questa storia della mongolfiera del Colorado è un po' un colpo al cuore, la lacerazione di una membrana (sempre più sottile, a dire il vero) che separava realtà e finzione. Qull'anno seguimmo tesi e sospesi una vicenda vera, che riguardava una famiglia vera, una vera tragedia che veramente poteva capitarci ogni momento (quei pozzi nei prati che hanno continuato un pochino a ossessionarci erano ovunque, davvero). Ora i vasi comunicano ma senza criterio e le acque si confondono tragicamente: non abbiamo una bevanda più ricca, tutt'altro... e con questa brodaglia mischiata e indicibile, perdiamo semplicemente il gusto.

"E' la vita che copia la cattiva letteratura" (Ennio Flaiano)