domenica 29 novembre 2009

Diario dello schermo a neve: cap. 2

Passate due settimane. Lo schermo tace. Oggi mi sento avvolto dell'ipocrita patina di chi ha rifiutato con scarsa convinzione e quel quadrato grigio e silenzioso mi fa sentire un po' solo. Penso ancora che siano solo strascichi dell'abitudine. Poi penso che forse sto rifiutando di vedere qualcosa che è comunque intorno e addosso e dentro tutti noi, inevitabilmente. La TV mi ha impigrito, per anni. Oggi quella pigrizia è dura a morire, rimane come una striscia di sangue del cadavere di telespettatore che continuo a trascinarmi. Devo lasciarlo. Seppellirlo. Commemorarlo con discrezione. Sento dal televisore del vicino tutti quei gingle che mi ossessionavano: i tg, gli stacchi pubblicitari, gli spot. Poi sento il vicino discutere, litigare, poi ridere, rabbonirsi, lo seguo come seguivo i programmi guardoni. Sento e non vedo e penso a Monsieur Hulot, lo straordinario signore di Jaques Tati. Ho per le mani una copia nuova nuova del suo Playtime. Inserisco il dvd e lo schermo si anima di immagini chiare, a tratti didascaliche - è vero: sono visioni lente, silenziose, pazienti. E che richiedono pazienza. E si arriva alla scena che ricordavo: due appartamenti contigui con la quarta parete a vetri che dà sulla strada (http://www.youtube.com/watch?v=Y2x8gvSVEAM). Si vedono le vite dei due appartamenti, vite distinte, differenti. Solo l'arredamento è il medesimo, esattamente speculare. Il televisore è a muro (anticipo dei nostri modernissimi plasma), incassato nella parete divisoria tra i due appartamenti che si trovano dunque a "guardarsi" virtualmente una volta acceso l'apparecchio. Ognuno guarda il suo televisore ma gli sguardi sembrano quasi incontrarsi. A dividere gli uomini dagli uomini solo un muro e uno schermo e da fuori (quel fuori che guarda, può guardare quando vuole il "dentro" che non è più privato) i due appratamenti sembrano parlarsi. Un silenzio avvolge, però, questa comunicazione: il silenzio che oggi sento dentro e fuori mentre (come in un'opera di Segal) osservo lo schermo grigio, muto, e sto seduto come un calco di gesso davanti a chi fino a due settimane fa ha rischiato di vivere la mia vita per me. Come in Playtime così nelle istallazioni di Segal: nell'inanimato l'unica anima che possiamo agguantare.

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